Il bere mi ha causato il cancro al seno ?

“Susan Sontag ha scritto una volta che parlare alle persone della propria diagnosi di carcinoma le porta a sentirsi mortalmente terrorizzate. Ma quando ho parlato della mia malattia agli amici e ho detto loro che l'alcol può causare il cancro al seno, non ho mai evocato un terrore mortale sufficiente a dissuaderli dall'ordinare un secondo drink.

 

La maggior parte delle donne non ha idea che bere causi il cancro al seno e in realtà non vogliono sentirsi dire che lo fa”. 

Il bere mi ha causato il cancro al seno?

La scienza sul collegamento è chiara, ma l'industria dell'alcol ha lavorato duramente per minimizzarlo

Stephanie Mencimer

Pensavo di avere fatto tutto per bene: allattamento al seno per i miei figli, attenzione alla dieta, molto esercizio fisico, non ero sovrappeso e non avevo una familiarità, compravo bottiglie prive di bisfenolo per la mia acqua filtrata. Ma durante una visita in radiologia, la scorsa primavera, due parentesi rosse evidenziavano qualcosa per cui preoccuparsi sul monitor degli ultrasuoni.

Carcinoma lobulare invasivo – un tumore maligno al seno. Questa bestiolina simile ad un ragno che misurava quasi 3 cm significava che avevo un cancro al secondo stadio.

A 47 anni, ero 15 anni in anticipo rispetto all'età media delle diagnosi di cancro al seno negli Stati Uniti. Era solo sfortuna? Forse, ma la giornalista che è in me era ancora curiosa di sapere: Perché proprio a me? Così sono andata ad approfondire la documentazione sui fattori di rischio, per vedere in quali potevo rientrare.

 

E' impossibile per un individuo rispondere a questa domanda in modo certo, è come cercare di provare che un singolo evento meteorologico è stato causato dai mutamenti climatici. Come mi disse un medico: “Sa quali persone sono a rischio di contrarre il cancro al seno? Tutte quelle che hanno un seno!”

Tuttavia, nessuno degli indicatori più generali sembrava essere applicabile al mio caso. Il più macroscopico è l'età; la diagnosi media negli Stati Uniti è a 62 anni e le percentuali più alte di cancro al seno sono in donne oltre i 70. Un altro fattore è fare uso della terapia ormonale sostitutiva dopo la menopausa, ma io sono in premenopausa e non l'ho utilizzata. L'obesità fa innalzare il rischio, ma io non sono mai stata in sovrappeso.

Poi ne ho visto uno che mi ha fatto riflettere: il consumo di alcol. Non sono una bevitrice accanita, ma come la maggior parte delle donne che conosco, ho consumato parecchio alcol nel corso della vita. 

Mentre i medici mi hanno spesso avvisato di non mettere la panna nel caffè perché ostruiva le arterie – correlazione che poi è stata ampiamente ridimensionata – non una volta un medico mi ha suggerito che avrei potuto avere un maggior rischio di contrarre il cancro se non avessi dato un taglio al bere.

Avevo compilato dozzine di questionari medici negli anni in cui mi si chiedeva quanto bevevo ogni settimana ma nessuno mai ha approfondito, al massimo seguiva un cenno di approvazione e un “Quindi beve in compagnia”. 

Presto scoprii che già nel 1988 l'Organizzazione Mondiale della Sanità aveva dichiarato l'alcol un gruppo carcinogeno n. 1, il che significa che è provato che causa il cancro. Non c'è un dosaggio senza rischio negli uomini, secondo l'OMS. L'alcol causa almeno sette tipi di cancro, ma uccide più donne di cancro al seno che di qualunque altro carcinoma. L'Agenzia Internazionale di Ricerca sul Cancro ha stimato che per ogni drink consumato giornalmente, il rischio di cancro al seno cresce del 7 %. La ricerca che collega l'alcol al cancro al seno è decisamente seria. Non ci sono controversie su questo. L'alcol, indipendentemente dal fatto che sia Everclear (un distillato di cereali) o un Bordeaux d'annata, è carcinogeno. Più di 100 studi durati diverse decine di anni hanno riaffermato il legame con risultati concordanti. Il National Cancer Institute dice che l'alcol innalza il rischio di cancro al seno anche a livelli bassi. 

Sono una lettrice vorace delle notizie sulla salute e tutto questo fu per me scioccante. Mi era stato detto che il vino rosso doveva difenderci contro le cardiopatie, non che desse il cancro. E lavorando al Mother Jones, pensavo di aver scritto e letto articoli su qualunque cosa che potenzialmente poteva causare il cancro: plastica, latte, pesticidi, shampoo, uno schermo solare errato, l'acqua del rubinetto... qualsiasi cosa tu possa nominare, noi l'abbiamo inserita tra le probabili cause di cancro. Mentre mi trascinavo avanti e indietro dall'ospedale per l'intervento e le radiazioni, ho cominciato a chiedermi come facessi a conoscere i rischi associati a tutte queste altre cose, ma non all'alcol. Venne fuori che c'era un buon motivo per la mia ignoranza. 

Io sono nata e cresciuta nello Utah e dopo la diagnosi di cancro, mi sono chiesta cosa sarebbe successo se non mi fossi mossa da lì. Il mio Stato di nascita ha la percentuale di cancro al seno più bassa di tutto il Paese. Le donne Mormoni osservanti non bevono e come tutte le altre popolazioni che si astengono, hanno tassi significativamente bassi di cancro al seno rispetto ai bevitori. Nello Utah le percentuali di donne Mormoni col cancro al seno sono del 24% più basse della media nazionale (gli uomini Mormoni hanno basse percentuali di cancro al colon, un altro cancro di cui l'alcol può essere la causa).

I ricercatori sospettano che il basso tasso di cancro nello Utah abbia a che fare col severo controllo che la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni fa sulla politica statale che riguarda gli alcolici. I Gentili, come siamo detti noi non Mormoni, si lamentano fortemente dell'annacquato 3,2% di birra venduto nei supermercati dello Utah. Del prezzo alto della vodka venduta esclusivamente negli store gestiti dallo stato e dell'infame “tenda di Sion”, una barriera che i ristoranti recentemente hanno dovuto installare in modo che i bambini non vedano le bevande versate.

Tuttavia tutte queste restrizioni sul bere sembrano rendere gli abitanti dello Utah più sani, Mormoni o no, soprattutto per quel che riguarda il cancro al seno. 

Gli epidemiologi sono stati i primi a riconoscere il legame fra il cancro ed il consumo di alcol negli anni '70. Gli scienziati hanno poi trovato una spiegazione biologica del perché l'alcol sia carcinogeno, in particolare per i tessuti del seno.

Quando beviamo un drink, gli enzimi della bocca convertono anche la più piccola quantità di alcol in alti livelli di acetaldeide, una sostanza carcinogena. Le persone che consumano più di tre drink al giorno hanno una probabilità tre o quattro volte maggiore di contrarre un cancro alla cavità orale di quelli che non lo fanno. L'alcool inoltre danneggia le cellule della bocca innescando la miccia per altri carcinogeni: alcuni studi hanno scoperto che bere e fumare insieme danno un rischio molto più alto di cancro alla gola, alla bocca ed all'esofago di quanto facciano i due singolarmente.

L'alcol continua la sua strada verso il danneggiamento cellulare quando gli enzimi andando dall'esofago al colon lo convertono in acetaldeide. Il fegato agisce come centro di depurazione per il corpo, ma l'alcol è tossico per le cellule epatiche e può provocare ferite nel tessuto dell'organo, portando col tempo alla cirrosi, che innalza il rischio di cancro al fegato.

Quando l'acetaldeide passa attraverso il corpo, può combinarsi col DNA, causando mutazioni che possono portare al cancro, in particolare al colon. Si sospetta che l'alcol faccia un doppio “malocchio” ai tessuti del seno perché aumenta anche il livello di estrogeni nel corpo della donna. Livelli innalzati di estrogeni spingono ad una divisione cellulare più veloce nel seno, il che può portare a mutazioni ed in ultima analisi a tumori.

I ricercatori stimano che l'alcol sia la causa del 15 % dei casi di cancro al seno negli Stati Uniti e dei decessi correlati – rispettivamente circa 35.000 e 6.600 l'anno. Questo è circa tre volte il numero di casi di cancro al seno causati da una mutazione dei geni BRCA, quella che ha spinto Angelina Jolie, portatrice di uno dei geni alterati, a farsi asportare entrambi i seni nel 2013. 

Il rischio di cancro al seno a causa dell'alcol è quasi alto quanto il rischio di cancro ai polmoni a causa del fumo. Ma le donne uccise dal cancro al seno alcol-correlato sono più del doppio di quelle morte a causa di guidatori ubriachi. E l'alcol è uno dei pochi fattori di rischio di cancro al seno che le donne possono controllare. Con altri, come l'inizio del ciclo prima dei 12 anni e l'entrata in menopausa dopo i 55, non si può fare nulla.

In generale, le donne americane hanno nella loro vita una possibilità pari al 12% di contrarre il cancro al seno. Walter Willet, un professore di epidemiologia alla Harvard T.H. Chan School of Public Health che ha condotto studi su alcol e cancro al seno, dice che una donna che consuma due o tre drink al giorno ha un rischio del 15% - un aumento del 25% rispetto ad un astemio. Per fare un confronto, la mammografia riduce la percentuale di mortalità del cancro al seno di circa il 25% - “L'alcol può azzerarla del tutto con 2 drink al giorno” dice Willet. 

Quando le prove dei rischi di cancro causati dall'alcol vennero alla luce, i Difensori della Salute Pubblica cercarono di spargere la notizia. Nel 1988, la California aggiunse l'alcol nella lista delle sostanze che necessitavano di un'etichetta con le avvertenze. L'anno successivo, quando il Congresso impose per la prima volta le etichette con le avvertenze, i “difensori” cercarono di includere la parola cancro. Colpita dall'attivismo contro l'alcol alla guida e la sindrome fetale da alcol, l'industria delle bevande alcoliche era già in crisi, con un consumo di alcol pro capite in forte calo rispetto al picco del 1981. L'industria, spaventata che i difensori della salute potessero fare con l'alcol quello che avevano fatto col tabacco, contrattaccò con un'audace campagna di marketing. 

Le compagnie produttrici di alcol lavorarono al fine di rinnovare l'immagine del bere e proporla come una delle basi per uno stile di vita salutare, al pari di insalate e jogging. L'industria del vino capofila, con il vinificatore Robert Mondavi che portava rabbini e medici a fare tour educativi sui presunti benefici alla salute del bere moderato.

Disse al New York Times nel 1988 che il vino “è stato elogiato per centinaia di anni da governanti, filosofi, fisici, preti e poeti come portatore di vita, salute e felicità”. 

Il tentativo dell'industria di trasformare i suoi prodotti in tonici salutari non sarebbe mai riuscito senza l'aiuto di Morley Safer. Nel 1991, Safer ospitò al programma tv “60 minutes” un filmato sul “paradosso francese”, vale a dire il fatto che i francesi, pur mangiando un sacco di carne rossa, formaggio e panna hanno meno patologie cardiache degli Americani, che da anni seguono la moda della dieta a basso contenuto di grassi. Durante lo show, teneva in mano un bicchiere di vino rosso e dichiarò “La risposta all'indovinello, la spiegazione del paradosso potrebbe stare in questo invitante bicchiere.” Nuove ricerche, disse, mostrano come il vino rosso possa sbarazzarci dei depositi di grasso sulle pareti delle arterie e contrastare gli effetti della pesante dieta francese.

Questo episodio alla TV, che secondo l'International Wine & Food Society è stato visto da più di 20 milioni di persone, ha creato scalpore mediatico ed ha causato un'impennata nelle vendite del vino rosso in tutta la nazione. 

I ricercatori smontarono subito la teoria che il vino potesse aiutare la salute dei francesi e la percentuale di patologie cardiache risultò essere più alto di quanto pubblicizzato.

Nel frattempo, tutto il vino consumato dai francesi ne stava uccidendo una buona parte. Lo stesso anno del filmato a “60 minutes” la Francia approvò una delle regolamentazioni più severe sulla pubblicità degli alcolici, al fine di combattere la cirrosi epatica. 

Nonostante questo, l'industria americana del vino fece pressione per includere un messaggio positivo per la salute legato all'alcol nelle Linee Guida Dietetiche per gli americani del 1995, pubblicate dal Dipartimento per l'Agricoltura. Le nuove linee guida hanno rimosso le parole che indicavano che l'alcol “non aveva benefici netti sulla salute” ed hanno affermato che per alcune persone, il consumo moderato di alcol potrebbe ridurre il rischio di patologie cardiache.

Nel 1996, ad una conferenza di grossisti di birra, la relazione del vice presidente della Miller Brewing Co sottolineò che il successo dello show di “60 minutes” ed i conseguenti cambiamenti nei messaggi del governo riguardanti la salute erano dovuti al riuscito sforzo dell'industria nel contrassegnare i propri prodotti col marchio di “salutare”. Sollecitò inoltre i partecipanti ad aprire ogni riunione con i rappresentanti ufficiali con la frase: l'alcol può essere parte di una dieta salutare.

Negli ultimi 20 anni, l'industria dell'alcol ha fatto di tutto per collegare i suoi prodotti con uno stile di vita attivo. Peter Cressy, l'ex amministratore delegato del Distilled Spirit Council degli Stati uniti (DISCUS, l'associazione commerciale nazionale che rappresenta i principali distillatori americani), la lobby degli alcolici, ha spiegato nel 2000 “DISCUS è al lavoro per assicurare l'accettazione culturale delle bevande alcoliche “normalizzandole” nella mente dei consumatori come una parte salutare di un normale stile di vita.” 

Le compagnie produttrici di alcol, da tempo sponsor di partite di calcio e degli eventi NASCA, ora sponsorizzano le corse di 5km e il triatlon. Durante il Super Bowl dello scorso anno, uno spot della birra MICHELOB ULTRA mostrava persone estremamente in forma mentre si allenavano e poi afferravano una birra per placare la sete (bere alcol dopo esercizio fisico causa disidratazione ed impedisce il recupero muscolare)

Compagnie produttrici di superalcolici hanno escogitato prodotti come la vodka Devotion Spirits, che si diceva contenesse proteine in grado di favorire la costruzione dei muscoli e di evitare i postumi della sbornia. (Nel 2012 Devotion Spirits ha ritrattato molte delle sue affermazioni sulla salute, dopo che la Commissione Federale per il Commercio ha aperto un'inchiesta).

In realtà, il presupposto lato positivo di una moderata assunzione di alcol è uno degli argomenti preferiti dall'industria. 

Quando Mother Jones entrò in contatto con le principali compagnie produttrici di birra ed alcolici ed i maggiori gruppi industriali, quelle che intervennero riconobbero la relazione fra alcol e cancro, ma sostenevano che il rischio era appannaggio in gran parte o interamente di chi beveva troppo. Sarah Longwell, direttore generale dell'American Beverage Institute, disse in un comunicato che “un considerevole numero di studi ben condotti non hanno trovato alcuna relazione fra il cancro e un consumo moderato di alcolici leggeri”. E' stato riscontrato che bere moderatamente, sottolineò, riduce il rischio di patologie cardiache, oltre a dare altri benefici. “Alcuni ricercatori hanno fatto uno sforzo congiunto per contrastare questa affermazione” disse in una conversazione precedente “penso che questo vada contro la buona scienza”. 

Smerciare l'alcol per un prodotto salutare non deve essere semplice. Il cancro è solo uno dei modi con cui ti può uccidere. Guida da ubriaco, intossicazione da alcol, ferite, violenza domestica, malattie epatiche - l'alcol è responsabile della morte di quasi 90.000 americani ogni anno, più del doppio degli stimati 40.000 morti per oppiacei nel 2015.

Per superare questa difficoltà, l'industria aveva bisogno di dare alla campagna di pubbliche relazioni un sostegno scientifico. La strategia arrivò direttamente dal manuale del tabacco, il che non fu una sorpresa: a volte le compagnie erano proprio le stesse. Il gigante del tabacco Philip Morris, che ha comprato Miller nel 1979, poi divenne Atria, che oggi ha una importante quota di Anheuser-Busch.

L'industria del tabacco aveva creato centri di ricerca per contrastare gli studi che collegavano il fumo al cancro ai polmoni e finanziato ricerche con lo scopo di mostrare i benefici del fumo, ad es. la riduzione dello stress, in modo da difendersi da una normativa sempre più rigorosa.

L'industria degli alcolici utilizzò una tattica simile, aiutata dalla ricerca da lei stessa finanziata sin dalla fine degli anni '60. In un libro del 1993 dal titolo “Forward together: Industry and Academia” Thomas Turner, ex rettore della scuola di medicina della John Hopkins University, spiegò come, a partire dal 1969, aveva lavorato con i responsabili della maggiori compagnie produttrici di birra per creare La Fondazione di ricerca medica sulle bevande alcoliche (ora detta Fondazione per la Ricerca sull'Alcol). La fondazione portò i docenti universitari a conferenze in destinazioni esotiche e diede finanziamenti agli scienziati.

Tra il 1972 e il 1993, si vantava Turner, la Fondazione per la Birra e il suo precursore sovvenzionarono più di 500 studi sull'alcol e distribuirono finanziamenti a dozzine di ricercatori ed università. Una di queste era la Dr. Arthur Klatsky of Kaiser Permanente. All'inizio degli anni '70, Klatsky aveva accesso ad una grande quantità di dati tramite il sistema sanitario di Kaiser, incluso informazioni sull'assunzione di alcol da parte dei pazienti. Nel 1974 pubblicò uno dei primi documenti in cui si diceva che i bevitori leggeri avevano una percentuale minore di patologie cardiache rispetto agli astemi. Poco dopo, la Fondazione per la Birra iniziò a finanziare la raccolta dati di Klatsky a Keiser, una relazione che continuò per decenni.

Tra il 1975 ed il 1991, secondo il libro di Turner, la fondazione finanziò con 1,7 milioni di dollari la ricerca di Klatsky su alcol e salute. L'industria pubblicizzò ampiamente il suo lavoro, suggerendo benefici alla salute derivati dal bere e Klatsky viene ancora regolarmente citato dai media, spesso senza conoscere la sua relazione con l'industria. 

Klatsky dice che il finanziamento da parte dell'industria non ha mai compromesso l'obiettività della sua ricerca. Sottolinea che il suo primo studio sulla birra aveva dimostrato che i bevitori avevano rischio elevato di ipertensione. Aveva pubblicato anche uno studio precedente sul legame fra alcol e cancro al seno: “Penso che la maggior parte di gente che mi conosce e conosce il mio lavoro sappia che sono imparziale” mi disse “vedo entrambi le facce della questione alcol. E' un'arma a doppio taglio.”

L'industria ha finanziato anche ricercatori che mettono in discussione gli studi che costituiscono un problema per l'industria stessa. Ad es. il Distilled Spirit Council ha pagato nel 1994 per uno studio del Dr H. Daniel Roth che poi avrebbe aiutato Philip Morris a trovare un accordo con le vittime di cancro ai polmoni, studio che contestava il legame fra alcol e cancro al seno.

“Voi state considerando industrie che sono brave a seminare un dubbio se serve a proteggere i loro profitti” dice Robert S. Pozzolesi, il direttore fondatore del Gruppo per la Salute Pubblica New York Alcohol Policy Alliance. 

Nei primi anni '90 la Fondazione per la Birra finanziò la ricerca di George Koob, che ebbe funzioni di consulente della fondazione dal 1999 al 2003. Nel 2014 divenne direttore del NIAAA, l'Istituto Nazionale sull'abuso di alcol e sull'alcolismo, l'unica agenzia federale dedicata esclusivamente alle ricerche sull'alcol.

La “porta girevole” di Washington spedisce la gente in entrambe le direzioni. Almeno mezza dozzina di attività ufficiali del governo sulla politica in materia di alcolici sono andate a braccetto con l'industria negli ultimi 20 anni. Uno dei casi più rilevanti è quello del Dr. Samir Zakhari, ex direttore della Divisione degli Effetti sul Metabolismo e sulla Salute del NIAAA. Nel 2012, la Distilled Spirit Council lo ha assunto come capo del suo dipartimento scientifico. 

Il NIAAA ha da tempo riconosciuto che l'alcol aumenta i rischi di cancro al seno, e le pubblicazioni sul sito web della Distilled Spirit Council pure lo riconoscevano, ma sembra che siano state eliminate. Ma nel 2015, Zakhari ha pubblicato un articolo in una rivista scientifica in cui asserisce che “non ci sono prove sicure che associno il consumo moderato di alcol ad un aumento dell'incidenza del cancro al seno”. Consigliò alle donne preoccupate per il cancro di consultare un medico perché “un consumo moderato di alcol è stato associato a potenziali benefici per la salute, incluso una diminuzione del rischio di coronaropatie e mortalità complessiva, protezione contro insufficienza cardiaca congestiva, diminuzione del rischio di ictus ischemico e protezione contro il diabete di tipo 2 e artriti reumatoidi”. Recentemente un gruppo industriale ha citato questa pubblicazione per cercare di contrastare le raccomandazioni ministeriali sul consumo di alcol nel Regno Unito. 

Zakhari continua a tenersi in contatto con gli ex colleghi del NIAAA, secondo le mail che Mother Jones ha ottenuto con una richiesta di consultazione di documenti pubblici. Nel 2014, la Baltimore Sun ha pubblicato un editoriale a cura dell’Istituto per le Imprese Competitive (sostenuto dall'industria) che lamentava il fatto che i soldi dei contribuenti venivano spesi per sostenere “il patrocinio dell'anti-alcol” e citava uno studio finanziato da NIAAA sul marketing industriale rivolto ai bevitori minorenni, portato avanti da David Jerniganm direttore del Centro per il Marketing degli alcolici e i Giovani alla John Hopkins University.

Tra gli impiegati della NIAAA circolò una mail che li avvisava dell'articolo. Koob, il direttore della NIAAA, girò la mail a Zakhari e scrisse: “Sam: per la cronaca. Questo NON succederà più. NON finanzierò più questo tipo di attività durante il mio mandato.” Zakhari rispose che alcuni ricercatori sostenevano questo tipo di studi “per dare un taglio [cit] ignoranza o perché sono solidali” ma che era fiducioso che Koob avrebbe “speso i soldi della ricerca per la scienza vera”.

Zakhari solleva la questione con l'idea che il suo caso sia emblematico della “porta girevole” di Washington e dice in una pubblicazione del 2015 “riflette la mia personale opinione scientifica”. In una dichiarazione a Mother Jones disse “Sono arrivato al Council dopo il pensionamento da NIH perché condivido il loro impegno volto a promuovere un consumo responsabile degli alcolici. La mia dedizione a ricerche basate su delle prove rimane la stessa indipendentemente da dove lavoro”. 

La mia scoperta che il consumo di alcol era un fattore di rischio per il cancro al seno contraddiceva tutto quello che pensavo di sapere sul bere. Come il 76% degli americani intervistati dall'American Heart Association nel 2012, credevo che poco vino facesse bene al cuore. Il fatto è che la gente vuole credere che bere fa bene e la scienza in questo campo è facile da manipolare per convincerli. 

Gli scienziati sanno da molto tempo che bere molto causa innalzamento della pressione sanguigna, infarto e attacchi di cuore. Ecco perché i primi studi sull'alcol e le cardiopatie iniziavano con la logica supposizione che gli astemi avessero percentuali minori di cardiopatie rispetto ai bevitori forti o moderati. Come si è scoperto, così non era.

Tracciando una curva, i bevitori rientrano in uno schema a J: gli astemi negli studi avevano percentuali di malattie cardiovascolari simili a quelle dei forti bevitori.

Ma questa curva a J è ingannevole. Non tutti i non bevitori erano davvero astemi come quelli con cui sono cresciuta nello Utah. L'epidemiologo A. Gerald Shaper iniziò alla fine degli anni '70 uno studio sulla salute cardiaca di un ampio numero di uomini e quando esaminò i dati, scoprì che il 71 % dei non bevitori dello studio erano in realtà ex bevitori che poi avevano smesso. Alcuni di questi ex bevitori erano probabilmente fumatori tanto quanto i bevitori forti.

Avevano la percentuale più alta di cardiopatie di qualunque gruppo e percentuali alte di ipertensione, ulcere peptiche, diabete, colecisti ed anche bronchiti. Shaper concluse che gli ex bevitori si ammalavano più spesso dei forti bevitori che non avevano mai smesso.

Questo li rendeva un gruppo di controllo poco credibile. Tuttavia per decenni i ricercatori hanno continuato ad includerli e di conseguenza a trovare un improbabile numero di benefici sulla salute dato dal bere moderato, incluso percentuali basse di sordità e di cirrosi epatica. L'industria ha poi aiutato nel promuovere questi studi presso i medici. 

Questo è uno dei motivi per cui, fino a tempi recenti, i benefici dell'alcol sulla salute del cuore sono stati visti come scienza indiscussa. Ma a metà degli anni 2000, Kaye Middleton Fillmore, una ricercatrice all'Università di California-San Francisco, decise di studiare gli ex bevitori di Shaper. Quando nessuno negli Usa avrebbe mai finanziato il suo lavoro, convinse Tim Stockwell, poi direttore dell'Istituto Nazionale Australiano per la Ricerca sulle Droghe, ad aiutarla ad assicurarsi un finanziamento del governo australiano. Stockwell e Fillmore analizzarono diversi studi importanti durati decenni sull'alcol e sulle cardiopatie. Una volta esclusi gli studi con ex bevitori – ed erano la maggior parte - i benefici dell'alcol sul cuore sparirono sostanzialmente. Da allora, molti altri studi hanno dimostrato che bere non dà nessun beneficio al cuore (alcuni studi hanno scoperto che bere piccole quantità di alcolici – a volte meno di un drink al giorno – può portare beneficio ad alcune persone a rischio di attacchi cardiaci). 

Robert Brewer, che tiene un corso sull'alcol al Centro per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie dice “gli studi non sostengono che ci sono benefici nel bere moderatamente”. Il Dipartimento dell'agricoltura ha rimosso dalle più recenti Linee Guida Dietetiche i termini che suggerivano che l'alcol potrebbe abbassare il rischio di cardiopatie.

Tuttavia il dibattito imperversa, in parte perché l'industria continua a finanziare e promuovere studi che indicano che l'alcol aiuta il cuore. Al momento NIAAA ne sta intraprendendo un altro con un finanziamento di 100 milioni di dollari, la maggior parte dei quali sono stati richiesti direttamente dall'industria, secondo quello che dice il New York Times. Lo studio è stato programmato consultando i dirigenti industriali e proposto proprio per provare che bere moderatamente può essere salutare. Lo stanno pubblicizzando come lo studio più decisivo fino ad oggi, ma probabilmente sottovaluterà i rischi, in parte perché non durerà abbastanza a lungo da registrare un aumento delle percentuali di cancro. Almeno 5 ricercatori sul progetto sono ex beneficiari di finanziamenti da parte degli industriali. 

Gli esperti di salute pubblica dicono che anche se ci fosse un piccolo beneficio per il cuore derivato dall’alcol, questo non compenserebbe i rischi. L’alcol “non potrebbe mai essere riconosciuto come medicinale” dice Jennie Connor, professore di prevenzione e medicina sociale all’Università di Otago in Nuova Zelanda, che ha scritto una delle pubblicazioni storiche che collegano l’alcol al cancro. “Crea dipendenza quanto gli oppiacei. Se dai alle persone un medicinale che potrebbe avere conseguenze sul loro figlio ancora in grembo o renderle aggressive tanto da picchiare le mogli, che genere di medicinale è? Dal punto di vista della salute pubblica, utilizzare l’alcol per le malattie cardiache è completamente sbagliato. Va contro tutto quello che i medici fanno.”

“Da una prospettiva puramente scientifica, che senso ha questa ricerca in favore dell'alcol?” si chiede Michael Siegel, professore alla Scuola Universitaria per la Salute Pubblica di Boston. “In che modo andrà a modificare la politica o la pratica? Non lo farà. Anche se dovesse uscirne che ci sono benefici reali, non cominceremo a consigliare a persone che non hanno mai bevuto alcolici a cominciare.”

Ci sono modi più sicuri del bere per ridurre i rischi di cardiopatie – camminare, ad esempio – che tra l'altro non ti causerà mai il cancro. Ecco perché l'Associazione Americana per il Cuore consiglia vivamente di non cominciare a bere se non lo si fa già. 

Ho bevuto la mia prima birra quando avevo 13 anni. Io e mio padre eravamo andati a caccia di fagiani in una giornata fredda. Dopo aver messo in un sacco le nostre prede, siamo entrati nella Jeep per riscaldarci e mio padre mi ha allungato una Mickey’s Big Mouth. Era disgustosa, ma l’ho bevuta per provare che ero degna di un gesto adulto. Quando ebbi finito, lui disse “Vuoi guidare?” Questo era lo Utah negli anni '80, almeno se non eri Mormone.

Più tardi andai ad una scuola cattolica, dove il bere smodato ci distingueva dai futuri missionari delle scuole pubbliche.

Anche nello Utah era facile procurarsi da bere. C'era Doug al Metro Mart che ci vendeva birra dalla finestra di un drive-in. Quando lui non era nei paraggi, rubavamo ai nostri genitori, sottraendo piccole quantità di bourbon, rum, gin e vodka e rovesciando il terribile miscuglio in una bevanda ghiacciata al gusto cola, succhiandolo poi da una cannuccia.

Andai poi all'Università dell'Oregon, dove era stato girato Animal House 10 anni prima. Durante quel periodo, l’università decise di reprimere il consumo di alcolici dei minorenni nel campus. Ci furono rivolte e la polizia dovette utilizzare gas lacrimogeni. 

Non ho mai bevuto tanto quanto bevevo prima di poter acquistare legalmente un drink. La mia esperienza non è insolita. Il 90% del consumo di alcolici da parte di minorenni americani è la bevuta “da baldoria” (binge drinking), che la CDC definisce come 4 o 5 drinks durante un evento. Non lo saprò mai con sicurezza, ma tutto il bere che ho fatto nell'adolescenza potrebbe aver preparato il terreno per il cancro che ho avuto a 47 anni.

I tessuti del seno umano non maturano per intero fino a che una donna rimane incinta. Prima di allora, ed in particolare nella pubertà, le cellule mammarie proliferano rapidamente, il che le può rendere particolarmente vulnerabili al cancro al seno.

Gli scienziati l'hanno capito ormai da quasi 40 anni, grazie a studi fatti su donne di Nagasaki esposte alle radiazioni della bomba atomica. Le donne giapponesi che erano state esposte prima dei 20 anni avevano la percentuale maggiore di cancro al seno. Altri studi suggeriscono che il rischio del cancro al seno in premenopausa si innalza del 34% per ogni alcolico bevuto quotidianamente prima dei 30 anni. E più anni ci sono tra il menarca e il primo figlio, più bere diventa rischioso.

Con una prima gravidanza a 33 anni, avevo 20 anni buoni di bevute a danneggiare il mio seno, e le mie bevute da baldoria adolescenziali probabilmente sono state particolarmente devastanti. 

Il Dr. Graham Colditz, specialista nella prevenzione del cancro ed epidemiologo all'Università di Washington in St. Louis, ha scritto nella rivista medica inglese Women's Health nel 2015 che “le donne che dicono di consumare 7 drinks durante la settimana ma nessuno nel weekend possono avere un rischio più alto di contrarre il cancro al seno rispetto a quelle che consumano un drink ogni giorno”. Uno degli studi che Coldits citava aveva riscontrato un aumento del 50% di rischio di cancro al seno tra le donne che consumavano da 10 a 15 drink durante un normale weekend rispetto a quelle che non ne prendevano più di tre.

Colditz dice che gli sforzi per la prevenzione del cancro non sono stati al passo con l'andamento demografico. Dato che le donne in tutto il mondo hanno ritardato la maternità, dice “Abbiamo reso più esteso il periodo della vita in cui il seno è più vulnerabile e non abbiamo approntato una strategia per contrastare la commercializzazione degli alcolici.” 

In effetti, non appena ci fu la prova inequivocabile che le donne sono esageratamente esposte al rischio di cancro alcol-correlato, l'industria organizzò una propaganda che le inducesse a bere ancora di più. “Le donne di tutto il mondo sono consumatori poco efficienti” spiega Jernigan,il ricercatore della John Opkins che ora è professore alla Scuola per la Salute Pubblica dell'Università di Boston. L'industria dei distillati, per affrontare un andamento stagnante delle vendite, creò gli “alcopops” - bevande alcoliche dolci come Zima, Smirnoff Ice e Skyy Blue, con un packaging dai colori brillanti e fanciulleschi. Marlene Coulis, direttore addetto ai nuovi prodotti alla Anheuser-Busch, ha spiegato nel 2002 “la bellezza di questa categoria è che porta nuovi bevitori, persone che in realtà non amano il gusto della birra”.

Ma chi erano questi “nuovi bevitori” a cui la birra non piaceva? I dati federali mostrano che l'età media del primo consumo di alcol è circa 14 anni e Jernigan dice che le persone a cui non piace la birra tendenzialmente sono proprio le giovani donne. I produttori degli alcopop riuscirono a convincere i legislatori federali e statali che i prodotti erano “bevande al gusto di malto” come la birra, anche se l'ingrediente principale era un distillato. Il nome consentì alle compagnie di vendere questi prodotti nei discount che vendevano anche la birra, ma con un'aliquota di imposta molto più bassa di quella dei superalcolici, rendendoli più accessibili ai bevitori minorenni. Le compagnie produttrici di superalcolici bombardarono quindi il mercato giovanile con pubblicità dei nuovi prodotti. 

L'industria del distillato ha volontariamente smesso di pubblicizzarli per radio fin dal 1936 e in tv nel 1948 per non incorrere nella normativa del Congresso, ma non ha più mantenuto l'impegno dal 1996. Tuttavia la pubblicità dei superalcolici non è decollata fino all'arrivo degli alcopops. Nel 2001, dice Jernigan, c'erano meno di 2.000 pubblicità di alcolici sulla tv via cavo. Nel 2009, il dato è balzato a più di 60.000 e molte pubblicità erano mirate ad un pubblico televisivo formato in gran parte da spettatori troppo giovani per bere legalmente. (Nel 2012, tutte le principali reti tv smisero di censurare le pubblicità di superalcolici)

In una mail a Mother Jones, Coulis disse che l'dea che gli alcopops fossero pensati per attirare bevitori minorenni era una “interpretazione esagerata ed un'assoluta falsità”. 

Tradizionalmente, i giovani negli Stati Uniti sono bevitori di birra, ma all'inizio degli anni 2000 alcune indagini hanno mostrato che le donne si stavano sempre più rivolgendo a sostanze più pesanti e lì sono rimaste. La pubblicità ed i prodotti oggi promuovono l'alcool come un balsamo per le stressatissime donne americane. Ci sono vini chiamati Mother’s Little Helper, Happy Bitch, Mad Housewife, and Relax (piccolo aiuto per una madre, puttana felice, casalinga pazza e relax). La vodka Her Spirit viene proposta con stile blasonato e con slogan da “potere alle donne” tipo “Bevi responsabilmente. Sogna spudoratamente”. La Johnnie Walker recentemente ha proposto lo scotch Jane Walker, per commercializzare un superalcolico “visto come particolarmente minaccioso da parte delle donne”, da quanto dice la compagnia (Johnnie Walker è di proprietà di Diageo, un conglomerato di multinazionali dell'alcol. Uno dei membri del direttivo di Mother Jones è anche un direttore a Diageo).

I fabbricanti di alcolici hanno anche “colorato di rosa” i prodotti mirati alle donne, letteralmente drappeggiando le pubblicità con nastri rosa, aggiunti alla promessa di donare parte dei proventi agli enti benefici contro il cancro. Nel 2015, la Alcohol Justice, un gruppo strategico di patrocinio con base in California, ha trovato 17 marche di alcolici dipinti di rosa. “Stanno commercializzando una sostanza cancerogena” dice Pozzolesi della New York Alcohol Policy Alliance. “Potete anche solo immaginare cosa succederebbe se Philip Morris facesse una pacchetto di sigarette rosa? La gente griderebbe allo scandalo”.

La campagna pubblicitaria sembra aver funzionato. Uno studio della NIAAA ha scoperto che le donne bevitrici sono cresciute del 16% tra il 2001 ed il 2013, più del doppio di quanto successo agli uomini. Il cambiamento è maggiore fra le donne bianche, oggi il 71 % delle donne è bevitrice, mentre nel 1997 era il 64%, secondo un'analisi del Washington Post. Il tasso di morti alcol-correlate per le donne bianche è più che raddoppiato tra il 1999 ed il 2015. 

La pubblicità è esplicita: un bicchiere di vino rosso si rovescia su una tovaglia bianca e si inizia a formare l'immagine di una donna. “L'alcol è carcinogeno” dice il narratore “Una volta assorbito nel sangue, viaggia attraverso il corpo. Con ogni drink aumenta il rischio di mutazioni nelle cellule del seno, del fegato, dell'intestino e della gola. Queste mutazioni cellulari sono conosciute anche col nome di cancro”. Il vino gira attorno alla donna come sangue ed il narratore consiglia di limitare il rischio di cancro bevendo non più di due drink ogni giorno. Questa campagna pubblicitaria era in onda nel 2010 in Australia Occidentale. 

In Inghilterra nel 2013, un ente benefico per la sanità pubblica diffuse una campagna pubblicitaria in cui si vedeva un uomo che beveva una birra con un tumore in fondo al bicchiere, che lui alla fine ingoiava mentre il narratore spiegava: “L'Organizzazione Mondiale della Sanità classifica l'alcol come un agente carcinogeno del Gruppo 1. Come il tabacco e l'amianto può causare il cancro”. 

Altri Paesi hanno iniziato a prestare attenzione ai rischi di cancro a causa dell'alcol. Per la prima volta nel 2010, l'OMS ha iniziato una strategia globale per ridurre i danni degli alcolici. Ha riconosciuto il cancro come uno di questi danni ed ha chiesto alle nazioni di introdurre misure per abbassarne il consumo. Molti lo hanno fatto. La Corea del Sud ha ristretto i limiti raccomandati nel consumo di alcol e le nuove linee guida olandesi spronano la gente a non bere per niente, ma, se lo fanno, a consumare non più di un drink al giorno. In dicembre la camera alta del Parlamento Irlandese ha approvato un'etichetta per gli alcolici che contiene un'avvertenza riguardante il cancro ed ora ne stanno discutendo alla camera bassa. Anche i russi hanno inserito tasse sugli alcolici (Il Canada recentemente ha lanciato un esperimento per testare le etichette sugli alcolici che contengono avvertenze sul rischio cancro nello Yukon ma un mese dopo ha interrotto l'esperimento perché messo sotto pressione dalle compagnie produttrici). Nel 2016 la Gran Bretagna ha ridotto il limite raccomandato per il consumo di alcol per gli uomini e l'ha portato allo stesso livello di quello delle donne, circa 6 pinte di birra la settimana. Sally Davies, primo ufficiale medico in Inghilterra, ha detto alla BBC “Se prendete 1000 donne, 110 avranno un cancro al seno senza aver mai bevuto. Arrivate al limite delle linee guida ed altre 20 donne prenderanno il cancro per questo consumo di alcolici. Raddoppiate il limite delle linee guida ed altre 50 donne ogni 1000 contrarranno il cancro... Questo non è allarmismo. E' la realtà.” 

Questo modo di parlare, così diretto, non lo si troverà facilmente negli Stati Uniti, dove l'industria lotta per evitare che la paura del cancro danneggi i suoi profitti.

Nella primavera del 2016, come riporta il Wall Street Journal, Longwell, dell'American Beverage Institute, disse ad una conferenza di fabbricanti di birra che gli ufficiali sanitari “vogliono dirci che l'alcol causa il cancro”. Questo tipo di attivismo in chi si occupa di salute pubblica, suggerì, era una minaccia per la cosiddetta “aureola salutare” dell'industria. In un'altra conferenza del 2016 Jim McGreevy, presidente della Beer Institute, una lobby industriale, disse dei difensori della salute pubblica “Non possiamo lasciargli guadagnare terreno” Non rispose ad una richiesta di chiarimenti. 

Per più di un decennio, l'industria degli alcolici rase al suolo le ormai consolidate normative sulla salute pubblica volte a ridurre il consumo dannoso. Allestì campagne vincenti per permettere la vendita di alcolici nei supermarket e la domenica e per allentare la normativa sulle ore in cui gli alcolici potevano essere serviti nei ristoranti e nei bar.

Non sorprende che il consumo di alcol pro capite negli Stati Uniti – nel 1997 al suo valore più basso degli ultimi 34 anni – sia arrivato a livelli mai visti in due decenni.

Le compagnie produttrici di alcolici sono enormi corporazioni multinazionali. AB Inbey controlla quasi il 50% del mercato della birra negli USA, compreso l'americanissimo marchio Budweiser. Jernigan ha analizzato i dati di Nielsen ed ha stimato una spesa dell'industria pari a 2,1 milioni di dollari sulla pubblicità nel 2016, un dato che non comprende le pubblicità online o quelle negli stores. Ha speso anche 30,5 milioni di dollari lo scorso anno per far pressione sul Congresso. Il Distilled Spirits Council, che da solo ha speso 5,6 milioni di dollari per far pressione a livello federale, gestisce le degustazioni di whiskey al Campidoglio, frequentate indistintamente da Democratici e Repubblicani.

“L'alcol è la droga preferita da chi fa le leggi” osserva Jernigan. 

Mentre in altri Paesi tengono in considerazione le raccomandazioni dell'OMS ed impongono tassazioni più alte sugli alcolici, la normativa fiscale firmata dal Presidente Donald Trump in dicembre ha squarciato ulteriormente le accise sull'alcol negli USA che, grazie all'inflazione, erano già più basse dell'80% rispetto agli anni '50.

Koob, il direttore del NIAAA, ha partecipato agli eventi al Distilled Spirit Council eh ha incontrato i suoi rappresentanti, secondo quanto risulta dai documenti ottenuti grazie ad una richiesta di accesso agli atti pubblici.

Riceve inviti per le feste di Natale dall'Istituto per la birra e si incontra con l'amministratore delegato. Nel 2015, Koob e il direttore per la ricerca globale sugli alcolici della NIAAA sono apparsi in un video promozionale per AB InBey's “global smart drinking goals,” (obiettivi per bere globalmente in modo intelligente) girato durante un meeting della AB InBev Global Advisory Council.

“Abbiamo seguito le procedure normali alla NIH per chiedere l'approvazione e l'abbiamo ottenuta” dice Koobs “In nessun caso promuoviamo le bevande alcoliche o altri prodotti. Non è nella nostra natura. Ma se la gente vuole aiutare ad evitare l'abuso di alcol, noi ci siamo.”

Siegel della Boston University controbatte “L'idea globale dietro la campagna è che se bevi correttamente, senza arrivare agli eccessi, allora va bene. Non è così. Se bevi moderatamente, alzi il tuo rischio di contrarre il cancro e di questa parte loro vogliono tenere la gente all'oscuro.” 

Dopo l'operazione per rimuovere il tumore, il mio oncologo mi ha mandato dal dietologo lo scorso giugno. Il dietologo mi ha prospettato un regime triste e così complesso che avrei avuto bisogno di un foglio di calcolo per rispettarlo. Oltre a più pesce e semi di lino, mi ha consigliato 5 porzioni settimanali di verdure della famiglia delle crocifere, come i broccoli ed anche un sacco di fagioli per avere altra fibra.

Ha posto il veto su bacon e salsicce, dato che la carne lavorata è considerata cancerogena. Mi ha istruito a mangiare soia naturale come il tofu almeno 3 volte la settimana ma niente soia lavorata come quella che si trova negli hamburger vegetali perché può alzare i livelli di estrogeni. E mi ha severamente ammonito di togliere la panna dal caffè. Nemmeno una volta l'argomento alcol ha fatto la sua comparsa. 

“Ci sono più dati che portano a consigliare di diminuire l'alcol rispetto a mangiare broccoli o tofu” dice Noelle K. LoConte, un'oncologa professore associato all'Università del Wisconsin. Ma dice anche che del messaggio relativo all'alcol e al cancro non si è sparsa la voce, nemmeno tra gli oncologi, questo può essere il motivo per cui non uno dei miei medici ha tirato fuori la questione con me prima o dopo la diagnosi. 

Per rimediare a questo problema in novembre LoConte ha collaborato ad una comunicazione della Società Americana di Clinica Oncologica che ha dichiarato ufficialmente l'alcol portatore di rischio a contrarre il cancro (la società ha commissionato anche un sondaggio che ha dimostrato che il 70% degli Americani non aveva idea che l'alcol potesse causare il cancro). Nella sua comunicazione, il gruppo ha sollecitato provvedimenti per ridurre il consumo di alcol e prevenire il cancro, gli stessi raccomandati dal ministro della sanità degli USA, dalla Task force federale per la prevenzione e dall'OMS.

Sono simili alle strategie che hanno fatto abbassare la percentuale di fumatori: accise più alte, limiti su numero di distributori di alcol in una certa area, rafforzamento delle leggi sul bere dei minorenni e limiti sul numero di giorni e ore in cui l'alcol può essere venduto.

Ci sono numerose ricerche che sostengono l'efficacia di queste politiche, tuttavia non c'è un solo gruppo che si occupa di salute pubblica a Washington che faccia pressione per l'attuazione di una di loro. I pochi gruppi che un tempo combattevano contro l'industria degli alcolici hanno abbandonato ogni sforzo negli ultimi anni. L'Associazione Medica Americana, che era solita focalizzare sui danni prodotti dall'alcol e sulle ubriacature nei campus, non lavora più su una politica contro gli alcolici dal 2005. Il centro legato a Ralph Nader per la Scienza per l'Interesse Pubblico ha smesso nel 2009 per una stretta sui finanziamenti. Lo stesso anno la Fondazione Robert Wood Johnson, che per decenni era stata una dei più grandi finanziatori degli sforzi contro il consumo di alcol nei minorenni, si è ampiamente tirata fuori da questo settore. 

“E' sorprendente che una delle maggiori cause di morte prematura e di malattia sia ignorata da quasi tutte le fondazioni che lavorano nel campo della salute” dice Richard Yoast, che ha condotto i programmi sull'alcol dell'AMA fino al loro termine nel 2005.

Anche i fondi governativi per la riduzione dei danni causati dall'alcol si sono prosciugati, Nel 2009, il budget del Dipartimento di Giustizia delle sovvenzioni agli Stati che rafforzavano le leggi sul consumo di alcol nei minorenni era di 25 milioni di dollari. Nel 2015 era zero. Su richiesta della White House di Obama, il Congresso ha eliminato anche un programma educativo che, oltre ad altre iniziative, combatteva il consumo di alcol nei minorenni. 

Senza un finanziamento indipendente per studi sulla salute pubblica e sulla politica legata agli alcolici, l'industria ha colmato il vuoto creando enti non profit che promuovessero il bere “responsabile”, i gruppi industriali hanno utilizzato questi per controbattere le notizie sulla correlazione tra alcol e cancro. Quando ho chiesto al Beer Institute di commentare questo fatto, un portavoce mi ha mandato un link ad uno studio dell'Alleanza Nazionale per il Bere Responsabile, un ente non profit fondato dalle maggiori compagnie produttrici di alcolici e ha preso una citazione dallo studio “Il rischio di cancro viene associato in maniera chiara [solo] con un consumo eccessivo di alcol, in particolare con un regolare consumo eccessivo di alcol per lunghi periodi di tempo.” 

Mark Petticrew, professore di salute pubblica alla London School of Hygiene and Tropical Medicine, ha recentemente pubblicato uno studio che rileva come molti siti web di industrie di alcolici e di non profit abbiano concretamente tratto in inganno il pubblico sul legame fra alcol e cancro. Asseriscono che solo gli alcolizzati hanno un rischio elevato di cancro e presentano lunghe liste di altri fattori di rischio, in modo da confondere i lettori, in particolare per quanto riguarda il cancro al seno “Le consumatrici sono più attente alla salute dei consumatori maschi” Petticrew spiega “La consumatrice è vista come una parte del mercato degli alcolici che ha bisogno di essere maggiormente “commercializzata”. La consumatrice donna è l'ultima persona che si vuole far diventare un consumatore pienamente informato”. 

Negli ultimi 30 anni, le sopravvissute al cancro al seno sono diventate una forza politica potente nel portare avanti i loro diritti e hanno raccolto milioni di dollari per ricerca ed istruzione. Ma le degustazioni di vino sono un punto fermo negli eventi che raccolgono fondi per il cancro al seno. Il Lombardi Comprehensive Cancer Centre dell'Università di Georgetown tiene da più di un decennio un evento annuale “donne e vino” di raccolta fondi per il cancro al seno.

Gli eventi del tipo “Birra per il cancro al seno” si sono moltiplicati. In Ottobre, l'American Cancer Society ha tenuto il suo quarantesimo Galà per L'industria del Vino e degli Alcolici a New York “per sostenere la missione della Società di eliminare il cancro, il maggior problema per la salute”. 

Per rispondere alle domande di Mother Jones, il Dott. Richard Wender, ufficiale capo di controllo del cancro per conto dell'American Cancer Society, dice che l'alcol è molto meno rischioso del fumo. “Il nostro obiettivo è trovare il giusto equilibrio che permetta alle compagnie di collaborare con noi, senza che noi veniamo meno ai nostri valori ed alla nostra missione di tutelare la salute pubblica”, dice. 

Più mi inoltravo nei conflitti di interesse di chi è responsabile dell'informazione pubblica sui rischi per la salute causati dall'alcol, più iniziavo a riconoscere il coinvolgimento della mia stessa ditta. La stampa, che cominciando da Morley Safer ha inondato i lettori di racconti in cui si dichiarava che bere fa bene alla salute, ha ripetutamente accettato la generosità delle compagnie di alcolici. Nel 2016, il Wall Street Journal ha sponsorizzato una festa con la Distilled Spirits Council alla Convenzione Repubblicana Nazionale. Nell'aprile del 2017, il Consiglio e il Beer Institute hanno aiutato a finanziare la festa chiamata “un brindisi al primo emendamento” con il sito di raccolta dati RealClearPolitics.

Nel 2016, il presidente del Distilled Spirits Council, Kraig Naasz, ha scritto in una newsletter che il gruppo aveva recentemente pagato i giornalisti di molte testate per andare ai cocktail in un bar di New York durante la pausa di una conferenza su alcol e salute. A disposizione per chiacchierare con i giornalisti c'era Zakhari, ex scienziato alla NIAAA. “I presentatori hanno sottolineato che un moderato consumo di alcol può essere inserito nella dieta salutare di un adulto.” Ha riferito Naasz.

 

La Fondazione per la Promozione della Responsabilità sull'uso degli alcolici, fondata da compagnie come la Bacardi e Diageo, ha pagato dei giornalisti per frequentare il workshop tenuto lo scorso anno dal Poynter Institute, l'auto-proclamato cane da guardia dell'etica giornalistica. “Il conflitto di interessi è così grande che mi toglie il fiato” ha detto la nutrizionista dell'Università di New York Marion Nestle alla Health News Review quando la storia è arrivata sul sito “Poynter”. “L'industria degli alcolici vuole che i giornalisti esaltino i (presunti) benefici dell'alcol sulla salute e che minimizzino i rischi”.

Kelly McBride, vice presidente della Poynter, dice che il coinvolgimento della fondazione non ha influenzato il contenuto dei workshop e che l'istituto potrà collaborare ancora con la fondazione. “Sono una fondazione non profit che promuove un consumo responsabile dell'alcol” ha detto in una mail “Hanno organizzato dei workshop in cui insegnano ai giornalisti come applicare le competenze di verifica dei fatti alla ricerca scientifica. Sembra una coerente sovrapposizione di intenti”. 

Susan Sontag ha scritto una volta che parlare alle persone della propria diagnosi di carcinoma le porta a sentirsi mortalmente terrorizzate. Ma quando ho parlato della mia malattia agli amici e ho detto loro che l'alcol può causare il cancro al seno, non ho mai evocato un terrore mortale sufficiente a dissuaderli dall'ordinare un secondo drink.

La maggior parte delle donne non ha idea che bere causi il cancro al seno e in realtà non vogliono sentirsi dire che lo fa. 

Marisa Weiss, oncologa e senologa e fondatrice del BreastCancer.org, fa conferenze nei campus dei college, dove spiega alle ragazze i rischi a cui si sottopongono se bevono. “Vedo la stessa gente completamente devastata la stessa notte” si lamenta. Ma lei capisce perché “E' perché la vita è una rottura” dice “Lavoriamo un sacco di ore e l'alcol diventa come un'auto medicazione. E' rilassante. E' divertente.”

Ho capito. Ma sapete cosa non è divertente? Vedere la propria figlia di 10 anni ansiosa ed iperventilata dopo che le hai detto che hai il cancro. O avere aghi lunghi 15 cm pieni di tintura radioattiva affondata ripetutamente nel capezzolo, senza anestesia, in modo che il chirurgo possa vedere se il cancro si è diffuso ai linfonodi. O uscire dal lavoro prima quando aspetti i risultati della biopsia perché le tue mani tremano talmente da non poter usare la tastiera.

Il cancro non è divertente, in tanti modi molto lontani dall'ovvio. E in termini relativi, a me è andata bene finora. Sono ancora viva. 

Qualche mese fa ho inserito i miei dati nel calcolatore di rischio per il cancro al seno del National Cancer Institute per vedere quali erano le mie probabilità prima di scoprire il tumore. La valutazione di base mostrava che avevo una percentuale dell'1,1% di contrarre il cancro al seno nei 5 anni successivi. Il calcolatore non teneva conto del mio consumo di alcol (o degli effetti protettivi dell'esercizio e dell'allattamento al seno) ma gli esperti con cui ho parlato dicono che probabilmente l'alcol ha aumentato il mio rischio.

Non saprò mai per certo se è stato l'alcol a causare il mio cancro. Ci sono così tanti fattori. Proprio in dicembre, uno studio danese ha scoperto che prendere la pillola alza i rischi di cancro al seno più di quanto si pensasse un tempo. Quello che so, è che ridurre il consumo di alcolici, in particolare in gioventù, è virtualmente la sola cosa che avrei potuto cambiare del mio stile di vita per cercare di evitare questo tumore se ne fossi stata pienamente informata. 

Ora ho in sostanza tolto completamente l'alcol per tutelarmi contro una recidiva. Non posso essere sicura che avrei fatto lo stesso se qualcuno a 15 o 20 anni mi avesse detto che bere poteva causarmi un cancro al seno. Mi piace pensare che sia così – non ho mai fumato – ma non c'è nessuna garanzia che io non sarei stata esattamente come gli studenti a cui parla la Weiss. Almeno loro hanno una scelta – sono stati informati del rischio che corrono. Come la maggior parte delle donne, io non ho avuto questa possibilità di scelta e un'industria potente ha lavorato in modo che continuasse ad essere così. 

Stephanie Mencimer